Un’altra calda ed asfissiante notte d’agosto stava per iniziare nell’antico quartiere
marinaro detto ” Immacolatella ”, proprio lì alle porte della bellissima Palermo, prendendo il posto della rovente giornata afosa appena conclusasi.
Una delle tante notti del mese del Solleone.
Finalmente il rovente disco dorato aveva deciso di distogliere i suoi cocenti raggi dall’assolata terra siciliana per regalarli all’altra metà del pianeta concedendo quelle poche ore di sollievo. Certo l’escursione termica provocata dalla scomparsa del sole sarebbe stata minima e non avrebbe dato un grande ristoro alla gente ormai esausta dopo una giornata di lavoro estenuante, ma era pur sempre una pausa che alleviava lo sfinimento del corpo e della mente ritemprandoli per affrontare un nuovo giorno di fatica.
Nell’antico quartiere dello “ Sperone ”, alla periferia della città Palermitana, la maggior parte delle case aveva un unico stile di costruzione.
La borgata, che ancor oggi esiste conservando il suo nome originale e si trova oltre Romagnolo, era così chiamata per via dei grandi uncini a forma di “sperone di cavallo” che fino al 1783 erano serviti per appendere i cadaveri dei banditi e dei delinquenti giustiziati per esporli a monito ed esempio alla popolazione e di tutti coloro che attraversavano quelle strade, ma il vicerè di Acquino , in tale data , prese la saggia decisione di farli distruggere.
Come dicevo, le abitazioni di queste borgate di periferia avevano tutte un eguale stile, erano basse con un massimo di due piani che dividevano la zona giorno del piano terra, dalla zona notte del piano rialzato , a quest’ultimo si accedeva tramite una stretta scala interna fatta di alti gradoni che partendo dal piccolo atrio dell’ingresso principale, raggiungeva le camere da letto . Le grosse e spesse mura erano costruite ad arte con un lavoro ad incastro di pietra su pietra , secondo una tradizione tramandata nei tempi, appositamente create per porre una barriera alle temperature esterne.
Durante le ore afose del giorno, offrivano sicuramente un piacevole riparo ai cocenti raggi regalando una frescura impensabile, ma la sera quelle case di pietra, avendo assorbito tanto calore da rendere insopportabile il soggiornare al loro interno, divenivano delle trappole infernali ed a nulla serviva spalancare le porte degli usci che davano sulla strada e le persiane in legno al fine di creare un ricambio d’aria, quella nuova che entrava non era diversa, né più fresca di quella appena uscita.
Ma si dice che “ non tutti i mali vengono per nuocere ”.
Quelle calde serate d’agosto ed il desiderio di un po’ di refrigerio, infatti, davano vita ad un comune e piacevole rituale che, reso necessario dalle temperature afose, creava un’occasione ed una scusa alla gente della borgata per socializzare con i vicini ed i passanti.
Il dopocena terminava inevitabilmente ed immancabilmente sull’uscio delle abitazioni che, essendo a corpo basso, avevano le stanze soggiorno con le porte finestre che si aprivano direttamente sulla strada o sul vicolo, era quasi come se l’intero quartiere si desse appuntamento per trascorrere la serata in compagnia.
Tutte le famiglie, dopo aver cenato, si dividevano in due categorie, uomini e donne senza distinzione d’età.
Si creava così un vero e proprio ritrovo al femminile la cui occupazione ufficiale era quella di dedicarsi a rammendare lo strappo nel pantalone da lavoro del marito o continuare quel interminabile giro all’uncinetto nella preziosa coperta della dote della figliola e della nipote.
Per le donne della famiglia e del vicinato questo era il momento dello spettegolamento oppure delle confessioni. Ci si scambiava notizie e novità sulla gente della borgata, si sapeva sempre tutto di tutti nei piccoli rioni, ci si teneva informati ed aggiornati di tutti gli avvenimenti, si seguiva con interesse la vita delle famiglie del quartiere, c’era sempre qualcuno che da dietro le persiane socchiuse durante il giorno spiava tutto e tutti per poi “ ciarlatiare ” con le “ commari “. Guai a commettere un’imprudenza o un gesto che esulava dalle consuetudini tramandate verbalmente o dai severissimi canoni della decenza, sarebbe stata immediatamente la morte civile senza alcuna possibilità di discolpa.
Ma il momento di raccoglimento serale serviva anche alle giovani per confidare le loro emozioni ed i loro desideri, lontano dalle orecchie intransigenti degli uomini.
Potevano dare sfogo alle loro fantasie e sogni chiedendo alle donne anziane della famiglia suggerimenti su quale sarebbe stato il comportamento più consono da mantenere.
Era impensabile agire senza chiedere un consiglio o senza conoscere le regole della buona creanza.
Gli uomini si trasferivano, con le rispettive sedie al seguito, davanti la finestra del soggiorno, proprio all’esterno della casa sul marciapiede che costeggiava la strada o vicolo il quale a quella ora era assolutamente deserto . La serata appena iniziata sarebbe così trascorsa lenta e tranquilla, tra una presa di tabacco ed uno scambio di pensieri profondi sulla giornata di lavoro appena finita, iniziava la conversazione con i vicini di persiana.
Gli anziani elaboravano proverbi dettati dalla lunga esperienza di vita, si abbandonavano a profonde riflessioni maturate dalla lunga osservazione di eventi naturali o del comportamento degli uomini che nel trascorrere degli anni si trasformava in fonte di saggezza. I giovani contrapponevano il loro punto di vista, il loro modo di vedere la vita ed il mondo con occhio e mente più aperta e moderna.
Immancabilmente veniva fuori quel distacco generazionale che creava disaccordi e malumori. Alla fine però prevaleva sempre il rispetto assoluto per gli anziani, per le consuetudini e per quelle regole severe ed inderogabili che stabilivano il corretto modo di vivere all’interno di quella società.
Tutto si svolgeva in assoluta calma e tranquilla lentezza.
A completamento di quell’irrinunciabile rituale serale estivo, però non doveva assolutamente mancare il bicchiere di “ Zammù “, un bicchiere di acqua ghiacciata resa più dissetante da una spruzzata di Anice Tutone , oppure un bicchiere di “ Orzata ” , una bevanda fredda composta da acqua ghiacciata e una dose di sciroppo di mandorle , un piacere a cui non si poteva assolutamente rinunciare ed era un vero sollievo sorseggiarli lentamente guardando quel manto buio sopra la testa.
Era proprio una notte buia quella che stava per calare, una notte di luna nuova, le uniche tracce di luce provenivano dagli usci delle case e dalle finestre soggiorno aperte sulle strade. Filtrava attraverso le delicate e preziose tende ricamate a mano
che , tramandate da una generazione all’altra , arricchivano la dote delle donne, davano quel tocco di stile che faceva la differenza tra una famiglia ed un’altra ed al contempo impedivano alle agguerrite ed assetate zanzare l’ingresso indisturbato alle camere da letto.
Nulla avrebbe ostacolato il piacere di uno spettacolo che di lì a poco avrebbe reso quella notte unica, gli sguardi rivolti all’immensa distesa buia del cielo erano in attesa dell’evento previsto per quella notte.
Il manto scuro del cielo, orfano della sua splendente regina bianca, quella notte in compenso era crivellato da migliaia di stelle come un pesante drappo in velluto nero cosparso di scaglie di vetro lucente.
In quella buia notte di San Lorenzo..................................................
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